L’interlingua – Quattro funzioni della parola nel dialogo politico

Popper

Quando uno vuole governare il mondo deve preoccuparsi dei toni e delle parole dei governati. O lo fa conoscendoli. O lo fa decentrando. Altrimenti diventa un oppressore e deve subire la reazione degli oppressi. Di fronte alla miseria, la correttezza comportamentale è una sovrastruttura culturale. Non è necessario essere marxisti per comprendere questa banalità. La lingua dei poveri è l’antilingua dei ricchi. E viceversa.

Sul dialogo tra nemici è noto l’esempio presentato da Karl Popper in uno dei suoi ultimi articoli scientifici. Egli sosteneva l’utilità della comunicazione tra soggetti con cornici culturali totalmente opposte. Ad esempio, portò la scelta di re Dario di mettere Indi ed Egizi gli uni di fronte agli altri, per fare in modo, attraverso degli interpreti, che almeno avessero reciproca conoscenza. I Romani risolsero il problema della interpretazione dei codici culturali delle diversificate province che amministravano, lasciando il controllo sociale dei territori ai governatori locali, cioè con l’autonomia amministrativa.
Quando uno vuole governare il mondo deve preoccuparsi dei toni e delle parole dei governati. O lo fa conoscendoli. O lo fa decentrando. Altrimenti diventa un oppressore e deve subire la reazione degli oppressi. Con il crollo del muro di Berlino, l’Occidente ha avuto la Responsabilità di governare il mondo.

Ha scelto di utilizzare la Forza ed ha perduto quella Responsabilità.
A meno che non si voglia pensare che tutto sia cominciato con l’11 Settembre, questa data che è già una citazione, come dice Jacques Derrida.
Tutto è cominciato da ciò che abbiamo subito.
Ciò che abbiamo prodotto prima non conta: è stato cancellato.

Sennonché, almeno su un punto dobbiamo concordare in modo propedeutico: se decidiamo di parlare con il nemico dobbiamo almeno utilizzare delle parole e dei comportamenti.
Ovvio?
Non tanto per la politica internazionale: Noi abbiamo invaso dei territori muti, o in preda al fervore di un monologo per una democrazia da esportazione in questo mondo impresa che ormai ci attanaglia. Per definizione, la democrazia viene scelta. Non può essere imposta. Ormai, nel mondo della pluralità delle parole, le soluzioni devono essere acconsentite. Non si possono scegliere gli interlocutori utili, dobbiamo parlare con i più rappresentativi.
Noi siamo andati ad occupare territori di cui non conoscevamo il codice culturale e pensavamo di risolvere le cose con la violenza oppressiva o il “bon ton”. Dobbiamo scegliere l’integrazione o l’autonomia.
Il caso drammatico dei morti italiani è un altro esempio. Tanti analisti non riescono ancora a capire come sia potuto avvenire, nonostante la buona accoglienza. Il fatto è semplice. Abbiamo pagato stipendi alla polizia locale e ad una parvenza di esercito, tagliando totalmente fuori tutti i vecchi apparati. Che lavoro fanno i militari specializzati di prima? Non sono disoccupati. Sono terroristi che si rendono disponibili ad essere pagati da qualcun altro. Non sarà un caso che noi abbiamo subito l’attentato quando abbiamo smesso di pagare, quando quella barriera locale virtuale che in qualche modo ostruiva i terroristi è stata abolita. Era la fonte di erogazione della sopravvivenza. La sua chiusura ha aiutato la morte.
Quello era il loro codice culturale, in cui uccidere chi ti aiuta non è un dramma se non lo capisco.
Di fronte alla miseria, la correttezza comportamentale è una sovrastruttura culturale. Non è necessario essere marxisti per comprendere questa banalità. La lingua dei poveri è l’antilingua dei ricchi. E viceversa.

1. L’antilingua

Voce per voce giunse a me un eco“, dice il poeta, per indicare un’epoca in cui il dialogo si affievolisce, si spegne di fronte alla enormità degli eventi. Il fragore di ogni esplosione soffoca le parole dei protagonisti e lascia soltanto un riverbero lontano sorretto, per qualche giorno, dai mezzi di comunicazione di massa.
Purtroppo il discorso della nostra epoca storica non è frammentario come avrebbe voluto Roland Barthes(1), non si compone in una lingua. Purtroppo il discorso della nostro presente politico è balbuziente. Cariche di paura, le espressioni della modernità inciampano su eventi che non sanno più controllare, sconnessi tra loro, direi dislessici, che non possono legarsi in un articolato espressivo compiuto.
Balbettano. Mi sembra di assistere al Dialogo tra due scrittori in crisi, ben descritto da Italo Calvino(2), in cui entrambi rendono estreme le loro opposizioni, un po’ perché credono a quello che dicono e un po’ per farsi reciprocamente del male. Ognuno continua a rappresentare il suo mondo. Ognuno parla di sé all’altro. Ognuno fugge nella sua antilingua e produce per l’altro un terrore semantico fatto di “significati allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente“(3).
Sono parole incomprensibili per la vita pratica quotidiana, totalmente estranee all’uso parlato e per questo stesso motivo incomunicabili.
Si tratta di un gergo strumentale, finalizzato a rafforzare la propria identità culturale e a spaventare il nemico. Da un lato, miti e riti della secolarizzazione; dall’altro, miti e riti della religione. Due monologhi del fondamentalismo.
Si può obiettare che questa balbuzie della politica contemporanea non è lingua che si modella con la vita vera, ma solo linguaggio, artificio, terminologia, lessico.
Certo. Ma è proprio questo il limite del confronto contemporaneo: che si usano troppo linguaggi specialistici ed evocativi e troppa poca lingua vissuta, pratica, chiara.
La nostra epoca è caratterizzata da questa contraddizione: da una parte abbiamo bisogno che tutto quel che viene detto sia immediatamente traducibile in altre lingue; dall’altra abbiamo la coscienza che ogni lingua è un sistema di pensiero a sé stante, intraducibile per definizione“(4).
Io ho sperimentato questo duplice fenomeno della traduzione, mentre trasformavo in inglese questo testo scritto in italiano. Ci sono sensazioni lessicali italiane che in inglese non si riescono ad esprimere e viceversa; perché ogni lingua porta con sé un intero sistema di valori.
E siamo amici. In gran parte siamo partecipanti ad un identico processo di globalizzazione che integra, nella vita quotidiana, le nostre reciproche espressioni. Se non utilizziamo linguaggi troppo specialistici possiamo intenderci e confrontarci.
Come possiamo parlare con un nemico che si protegge nel linguaggio – potere dell’antilingua? Come possiamo farlo quando i nostri rappresentanti politici contrastano quel linguaggio messianico con il loro linguaggio tecnologico?

2. La parola condizione

In primo luogo bisogna saper integrare lingua e linguaggio.
Se parliamo del nemico traducendo la lingua della sua vita quotidiana, delle sue esigenze, delle sue ansie, dei suoi problemi lo comprendiamo meglio nella sua umanità. Se usiamo invece soltanto o anche prevalentemente il linguaggio tecnico – meccanico di una disciplina lo identifichiamo meglio come soggetto, nella sua organizzazione militare o nella sua funzione militante, dal punto di vista del suo potenziale bellico. Sono due ordini logici diversi che valgono reciprocamente in diversi contesti. Se si vuole parlare del nemico per comprenderlo ed eventualmente contestarlo, è molto importante conoscere la complessità di segni e significati della sua lingua. Se si vuole parlare del nemico per analizzarlo ed eventualmente contrastarlo, il linguaggio è indispensabile. Infine, se si vuole comprenderlo per contrastarlo o analizzarlo per contestarlo, si può usare un mix di lingua e linguaggio, nella consapevolezza che si tratta sempre e comunque di una mistificazione.
Per parlare al nemico la lingua deve essere precedente e il linguaggio successivo. Bisogna innanzitutto definire un orizzonte interpretativo comprensibile, fatto di acquisizioni comuni o quotidiane, in modo da potere stabilire il giusto approccio e una vivacità sintattica adeguata. A meno che non si voglia esprimere minaccia o diffondere un panico da incomprensione, nel qual caso il linguaggio può andare benissimo. Invece, il discorso al nemico ha una sua validità strategica se il linguaggio tecnico specialistico segue la decisione assunta sulla base di una condivisione contenutistica che la lingua ha aiutato a determinare. In altri termini, quando non serve a impaurire, il linguaggio può servire a organizzare. Nella fase sistemica e sistematica del discorso, la lingua vaga, imprecisa e spesso approssimativa, può banalizzare e addirittura confondere. Anche questa naturalmente può essere una operazione strategicamente utile, a patto però che la si svolga coscientemente, forti del fatto che in questo caso bisogna necessariamente dire.
Per parlare con il nemico, invece, è molto più importante saper ascoltare. Infatti questo è il caso in cui il nostro discorso può essere soltanto reattivo. Piuttosto che affrontare un tema è necessario saper rispondere ad un problema mantenendo costantemente un equilibrio oratorio. Lingua e linguaggio devono comporsi in funzione della questione posta dal nostro interlocutore, al fine di governare il dialogo, per far in modo che ci conduca dove vogliamo andare. Altrimenti rischiamo di produrre effetti molto più devastanti di quelli che volevamo ottenere. Infatti, sebbene sia indispensabile parlare del nemico e utile parlare al nemico, parlare con il nemico non è sempre assolutamente necessario. In certi momenti si può produrre sconforto nelle organizzazioni che si rappresentano, si può perdere credibilità e legittimazione, fino a perdere anche la vita, come molti casi di falliti tentativi di dialogo per il Medio Oriente dimostrano. C’è qualcuno che può interpretare il confronto come una forma di debolezza o di rinuncia e decidere per l’oltranzismo o la sommossa. In ogni caso, può decidere per la sostituzione di uno dei due interlocutori. Se non può farlo con il nemico, lo farà con l’amico (divenuto a quel punto avversario).
C’è infine chi cerca di parlare per il nemico. Ma questo è proprio un altro discorso.

3. La parola azione

Dove l’azione è possibile, una vera passione sociale si esprime nell’azione“(5). E nella parola, se questa parola è una forma di azione.
Faccio ricorso a Jürgen Habermas(6) che mi sembra lo scienziato dell’ultima generazione che meglio altri ha posto e proposto questa funzione attiva della parola.
Per Habermas il terrorismo è “un difetto di comunicazione“(7). Molti conflitti “nascono da disturbi di comunicazione” e “finiscono dallo psicoterapeuta o in tribunale se solo le conseguenze sono abbastanza dolorose“. Il terrorismo è uno di questi.
Per Habermas la spirale della violenza comincia con una spirale di disturbi comunicativi che creano una spirale di reciproca diffidenza; quest’ultima, se diviene incontrollabile, sfocia nella interruzione della comunicazione“. L’unica condizione di possibilità che l’uomo moderno ha di superare questa dissonanza è quella di evitare i monologhi e cercare la civiltà attraverso un dialogo intersoggettivo.
Il dialogo è un “agire morale“, sia perché nel dialogo il soggetto “non è un agente isolato e potenzialmente autosufficiente, ma una unità funzionante in una comunità di interlocutori“; sia perché nell’atto linguistico è “intrinsecamente presente” l’orientamento al consenso, visto che “quando dico qualcosa, mi rendo implicitamente disponibile a difenderla”(8).
Il rischio del mondo è quello di restare imprigionato in “confini monologici” che, a mio avviso, è ciò che sta avvenendo. Invece, il dialogo è una vera e propria “azione comunicativa” che mira alla soluzione degli eventuali disaccordi con un metodo critico liberamente assunto nel quale “l’argomento migliore vincerà“.
L’unica minaccia è il monologo che ostruisce l’azione della parola e costruisce il silenzio dell’umanità.
Si può parlare con i terroristi?
Dipende, risponde Habermas: un conto è il terrorismo locale che si presentava in forma militare; altro conto è il terrorismo globale, che ha tratti anarchici.
Per entrambi vale comunque il fatto di essere “una designazione retrospettiva“, nel senso che solo il futuro potrà attribuire loro la qualifica di terroristi o di criminali.
In ogni caso già oggi possiamo stabilire che, mentre il terrorismo locale (nella forma della guerriglia indiscriminata o di quella militare) ha dato “la sua impronta a molti movimenti di liberazione nazionale nella seconda metà del XX secolo“, il terrorismo globale di nuovo tipo, avendo come “unico effetto possibile” quello “di spaventare e allarmare il governo e la popolazione“, “ha i tratti anarchici di una rivolta impotente”(9).
Parlare è difficile, sia per la valenza iconica dell’immaginario collettivo su cui si staglia quando raggiunge la forza simbolica degli obiettivi colpiti, sia per la sua impossibile identificazione che compromette “una valutazione realistica del rischio“, sia infine perché l’occidente (per il fallimento dei governi europei e per l’impassibile perseveranza di Bush) ha continuato “nella sua politica autocentrata da superpotenza impenitente“(10).
Dunque non sempre vale la pena parlare.
Spesso può convenire ascoltare.
La parola ha una funzione politica molto precisa. Contribuisce alla democrazia dei linguaggi, in una lingua planetaria complessa, solo quando è azione: azione comunicativa che rompe la rigida cornice del monologo.
Che cosa è un monologo inutile fatto di vuote parole ferme, di un nulla concettuale autoreferenziale che inverte le interpretazioni e genera equivoci o dissonanze, ce lo ricorda un vecchio proverbio marocchino: “Mi dici che vai a Fez. Ora, se dici che vai a Fez, ciò significa che non vai a Fez. Ma io so che vai a Fez. Perché mi menti, tu che sei mio amico?”(11).
Sento molti protagonisti della nostra epoca ripetere, negli assordanti megafoni dei mass media, questo stolto refrain.

4. La parola organizzazione

Il senso profondo di una parola – azione è che è molto chiaro quando non bisogna usarla. E non bisogna usarla quando è sola, quando non è collocata in un contesto.
Parlare con il nemico ha un significato quando quel dialogo è collocato in un preciso contesto strategico, all’interno di una metodologia di risoluzione dei conflitti generale, come momento di una complessa operazione di contrasto o pacificazione.
La parola azione reclama un suo spazio e una sua organizzazione dialogica. Questo è il suo radicamento: questa capacità di identificarci in un racconto, che comincia prima di noi e finirà dopo di noi, ma che non si può svolgere senza di noi.
La nostra vita è una “narrazione di identità“(12). Noi partecipiamo, con la narrazione della nostra storia, ad una serie di storie narrate. Siamo tutti situati in un racconto: “le conversazioni in particolare, le azioni umani in generale, sono racconti messi in atto“(13). Talvolta, quando queste narrazioni si incontrano si trasformano in conversazioni. Siamo almeno in due a dialogare e quindi ha luogo un posizionamento che “viene accettato, rifiutato o migliorato dai partner nella conversazione“(14).
C’è poi un’area di discrezionalità, l’area di chi può includerci o escluderci dalla narrazione collettiva della politica e della storia. È l’area del potere che decide per noi, che prestabilisce il nostro radicamento e il nostro posizionamento in una trama di narrazione ordita senza di noi; come appunto diceva Marshall McLuhan(15), che nella società della comunicazione non esiste il vero o il falso, ma il vuoto o il pieno.
In questo vuoto di narrazione che abbiamo costruito per lui, in questa esclusione dal racconto della storia, sorge il nostro nemico che, per affermare il suo radicamento(16), si dota di una parola – organizzazione che possa garantirgli un posizionamento(17). Cerca di riempire il vuoto in cui il potere del narratore lo ha relegato. E lo fa, come soggetto politico, con una parola organizzazione in grado di renderlo protagonista della trama; come individuo, con una parola azione esplosiva che cerca di trascinare il potere assoluto del narratore nel vuoto di comunicazione.
A quel punto parlare con lui è difficile.

Convincere una persona pronta a sacrificare la propria vita per danneggiare quanto più possibile quello che giudica un nemico implacabile, che se si vuole combattere deve farlo nelle forme che il suo nemico ha formalizzato è un’impresa assurda, prima ancora che irrealizzabile“(18).
Sia come individuo che come soggetto politico egli ha assaporato il potere assoluto, quello di essere lui stesso l’artefice della trama, un personaggio che non cerca il suo autore perché è egli stesso autore di una narrazione divina, protagonista assoluto di una storia scritta da Dio; l’unico vero narratore possibile, che può salvare me e cancellare dal racconto della vita il mio nemico. “La base del terrorismo, e in particolare di quello suicida, è la consapevolezza disperata che esiste solo la modalità dell’attentato come forma di comunicazione con il proprio antagonista. Qualunque altro mezzo è precluso o troppo debole“(19).
Dobbiamo prendere definitivamente coscienza che sconfiggere la parola organizzazione militante del terrorista con la parola organizzazione militare dei nostri eserciti, non si può.
Per eliminare il terrorista globale della società della comunicazione occorre usare una parola organizzazione che sia anche una parola situazione, cioè che si occupi e si preoccupi dello stato sociale effettivo del nostro nemico, per eliminare gli incubatori del terrore che affollano le aree del sottosviluppo.
L’umanità eliminata dalla narrazione della globalizzazione è tantissima. La stragrande maggioranza dell’umanità vive in aree di disaggio, in orrori conflittuali e in miseria, morti ancora per fame e per sete.
Con quanti nemici dobbiamo parlare?
Quanti incubatori di terrore sono disseminati in parti del mondo che non conosciamo perché sono escluse dalla narrazione della modernità che la globalizzazione ha imposto?
Quanti vogliono sprofondarci nel vuoto comunicativo in cui li abbiamo relegati?

Occorre una parola situazione nuova, che sappia individuare gli interlocutori reali e non quelli desiderati; interlocutori che siano in condizione effettiva di “aprire un dialogo che innalzi la comunicazione dal livello della violenza a quello della diplomazia“(20).

5. La parola situazione

D’altronde “come la polizia non è l’unico strumento per lottare contro la delinquenza, l’impiego della forza non può essere l’unica risposta alle fratture sociali e culturali che il terrorismo esplicita con la violenza“(20).
Forza è la parola organizzazione che dobbiamo abolire. Una parola situazione nuova c’è: è Responsabilità.
Chi intende parlare con il nemico, si assume sempre la responsabilità di farlo.
Eppure, la storia della politica è stata caratterizzata dalla affermazione della forza. Il potere, almeno da Hobbes in poi, è stato sempre considerato come una espressione di forza applicata: legittimamente nelle democrazie, illegittimamente nelle tirannidi, ipocritamente nelle oligarchie.
Dopo la seconda guerra mondiale, Hannah Arendt ci ha insegnato che questa tripartizione aristotelica della forma politica legata dalla forza non esiste più. Esistono i totalitarismi o le democrazie, che sono nuove forme politiche sorte dall’azione.
Oggi sappiamo che esistono percentuali di democrazia anche nel totalitarismo e percentuali di totalitarismo nella democrazia. Ogni forma di governo è progressiva. La forza non basta più a tenerla insieme nella dinamica della complessità. E non serve se questa complessità è travolta da un ondata di terrore che vuole sprofondarla in un vuoto.
Serve parlare con una parola – situazione nuova, per inaugurare un nuovo dialogo, dove sia la responsabilità degli interlocutori a stabilire il livello di civiltà in cui vogliamo vivere. “Il clima di violenza inizia quando la parola è disprezzata“(22) dalla irresponsabilità dei suoi interlocutori incapaci di trarre da una discussione alcuna “conseguenza pratica”: “quando la critica più fondata e condivisa e accorata scivola sulla pelle di ippopotamo del sistema pachiderma senza provocargli alcun turbamento“(23).
La parola serve se risolve i problemi, se cambia le cose, se è una parola situazione in grado, con la sua organizzazione indirizzata verso una definita azione, a cambiare la condizione degli attori della narrazione planetaria del mondo. Altrimenti resta un esercizio logorroico e ozioso, di retorici narratori.
Stanno lì, statici, noiosi giri di parole senza futuro in cui sembra che la storia abbia già avuto uno sbocco, che il mondo abbia, in qualche modo vissuto il suo epilogo.
Invece c’è di nuovo una insorgenza diffusa che non prende mai forma. Questo è il terrorismo: una perennemente insorgenza senza sorgere mai. Si oppone ad una globalizzazione presuntuosa perché pensa che oltre di sé non si possa andare. Per definizione, la globalizzazione può solo espandersi. Ogni mutamento è un suo carattere e quindi non ammette mutazioni.
La globalizzazione vorrebbe costringerci a un presente prestabilito, che può essere soltanto minacciato, atterrito, terrorizzato. Non può essere modificato, avendo incorporato nel suo gene sociale ogni possibile mutazione. I suoi rappresentanti devono battersi soltanto per conservarla. E combattono contro altri rappresentanti che vogliono conservare una identità ideologica o religiosa. Lo fanno inserendo dentro il meccanismo espansivo della globalità il virus del terrore. Se prendessero forma sarebbero visibili e in qualche modo inglobati. Insorgono ed esplodono. Questo è tutto.
Il dramma della violenza politica contemporanea è proprio la sua diffusa insorgenza.
Il mondo sembra un vecchio rudere che galleggia e che imbarca violenza da ogni sua falla. Non si riescono a frenare le infiltrazioni. La pressione cresce ogni giorno e il rischio di una esplosione è forte e concreta. Nessuno capisce davvero perché stia avvenendo tutto questo. Il solo dato che possiamo constatare, nella nostra fase storica esplosiva, è che non c’è una motivazione, una argomentazione. Ascoltiamo soltanto la forza e la sua propaganda. Non c’è una idea. E quando manca una idea, come diceva Ortega y Gasset, “resta solo una emozione conservatrice“(23).
Noi stiamo assistendo ad uno scontro tra conservatori che vogliono affermare la propria supremazia nella veste del fondamentalismo della religione o della secolarizzazione.
Ma, per quanto cruento, ripeto, si tratta soltanto di uno scontro di conservazione. I padroni del linguaggio politico sono leader conservatori che balbettano. Non parlano tra di loro perché non lo sanno fare e perché non ne sentono la responsabilità.
Quando, per tanti anni, vivi protetto a New York o a Roma e vedi la guerra filtrata dallo schermo televisivo, dentro il piatto all’ora di cena, “seduti pacifici da una parte all’atra della tavola“, come recita una splendida poesia di Dacia Maraini (24), e una macchina salta in aria sopra un’insalatiera, perdi “l’esperienza carnale del dolore“.
Finché l’onda d’urto della morte non ti travolge, nelle Twin Towers o in un campo in Iraq.
Noi l’abbiamo sentita mercoledì mattina questa onda di morte ingiusta e ingiustificata che ha travolto 18 militari italiani. È stato colpito un esercito che in tante operazioni di peacekeeping ha dato prova di equilibrio e di saggezza. Un esercito che ha sempre saputo integrare, più di chiunque al mondo, le difficili e discutibili scelte di politica internazionale con la comprensione del disagio dei popoli, dei territori e degli individui. È stato colpito un esercito benvoluto. E noi abbiamo fatto di nuovo “l’esperienza carnale del dolore“.
Chi avrebbe voluto parlare con quel nemico?
La vendetta è la sola risposta di una forza che reagisce alla forza senza alcuna responsabilità. È questo l’unico modo che hanno oggi i nemici di parlarsi.
Ma, le questioni che abbiamo di fronte sono di lunga portata.
La forza non regge.
Occorre costruire il sistema delle Relazioni Internazionali sul principio di responsabilità e sulle ragioni della democrazia.
Con moderazione ed equilibrio, però.
L’ultimo stratagemma che Schopenhauer(25) individuava nell’arte di ottenere ragione, “quando ci si accorge che l’avversario è superiore e si finirà per aver torto” è quella di diventare “offensivi, oltraggiosi, grossolani“, cioè di passare “dall’oggetto della contesa (dato che lì si ha partita persa) al contendere e si attacchi direttamente il nemico”. Dunque, quando non si ha più ragione, si è soliti abbandonare gli argomenti e dirigere “il proprio attacco contro la persona dell’avversario” diventando “insolenti, perfidi, oltraggiosi, grossolani”. È una regola facilmente applicabile “perché chiunque è in grado di metterla in pratica, e viene quindi impiegata spesso”.
Se vogliamo parlare con il nemico, cerchiamo quindi di non opprimerlo con la nostra ragione.
La ragione della democrazia è evidentemente superiore. I nemici della democrazia come sistema genetico di tutela della vita e di rispetto dell’altro finiscono sempre inevitabilmente per aver torto.
Intendo i nemici esterni e quelli interni, che spesso sono proprio i suoi governanti. Finiscono per aver torto ed è per questo che diventano insolenti, perfidi, oltraggiosi, grossolani: violenti.
Chiunque di loro può sempre far appello alle forze del corpo o dell’animalità contro le forze dello spirito e della umanità.
La nostra ragione è superiore.
Si afferma da sola sulla strada della tolleranza e del dialogo.
Non abbiamo bisogno di imporla.
Ci basta sostenerla.
Altrimenti chiunque può sferrare il proprio attacco contro la persona dell’avversario in modo oltraggioso e violento. Anche coloro che qui pensano che io abbia abusato troppo della loro pazienza.

 

Copyright © 2007 Alessandro Ceci, All Rights Reserved.

1. Barthes R., FRAMMENTI DI UN DISCORSO AMOROSO, Einaudi, Torino 197.
2. Calvino I., SAGGI, Mondadori, Milano 1995
3. Calvino I., SAGGI, Mondadori, Milano 1995
4. Calvino I., SAGGI, Mondadori, Milano 1995
5. Calvino I., SAGGI, Mondadori, Milano 1995
6. Habermas J., TEORIA DELL’AZIONE COMUNICATIVA, Il Mulino, Bologna 1998
7. Habermas J., FONDAMENTALISMO E TERRORE, in Borradori G., FILOSOFIA DEL TERRORE, Laterza, Bari 2003.
8. Habermas J., FONDAMENTALISMO E TERRORE, in Borradori G., FILOSOFIA DEL TERRORE, Laterza, Bari 2003.
9. Habermas J., FONDAMENTALISMO E TERRORE, in Borradori G., FILOSOFIA DEL TERRORE, Laterza, Bari 2003.
10. Habermas J., FONDAMENTALISMO E TERRORE, in Borradori G., FILOSOFIA DEL TERRORE, Laterza, Bari 2003.
11. Parlagreco Salvatore, LE RAGIONI DELLA TOLLERANZA, SEI, Torino 1995
12. Czarniawska B., NARRARE L’ORGANIZZAZIONE, Comunità, Torino 2000
13. Czarniawska B., NARRARE L’ORGANIZZAZIONE, Comunità, Torino 2000
14. Czarniawska B., NARRARE L’ORGANIZZAZIONE, Comunità, Torino 2000
15. McLuhan M., GLI STRUMENTI DELCOMUNICARE, Armando, Roma 1978
16. Davies B. e Harré R., POSITIONING: THE DISCOURSIVE PRODUCTION OF SELVES, in Journal for the Theory of Social Behaviout, XX, n.1.
17. Davies B. e Harré R., POSITIONING: THE DISCOURSIVE PRODUCTION OF SELVES, in Journal for the Theory of Social Behaviout, XX, n.1.
18. Valzania S., RETORICA DELLA GUERRA, Salerno Editrice, Salerno, Ottobre 2000
19. Valzania S., RETORICA DELLA GUERRA, Salerno Editrice, Salerno, Ottobre 2000
20. Valzania S., RETORICA DELLA GUERRA, Salerno Editrice, Salerno, Ottobre 2000
21. Calvino I., SAGGI, Mondadori, Milano 1995
22. Calvino I., SAGGI, Mondadori, Milano 1995
23. Ortega y Gassett, SPAGNA INVERTEBRATA, UTET, Torino 1986
24. Maraini D., GUERRA DENTRO IL PIATTO, in L’ALTRO, a cura del Centro Internazionale “Alberto Moravia”, Roma ottobre 1995
25. Schopenhauer , DELL’ARTE DI AVER RAGIONE, Adelphi, Milano 1992

 

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